




ACCADEMIA DI BELLE ARTI
di Bari
Nel contesto del tema Riti e Visioni. Tra Spirituale e Materiale, i lavori in mostra articolano una riflessione stratificata in cui la fotografia si configura come dispositivo capace di attraversare soglie: tra visibile e invisibile, tra esperienza intima e dimensione collettiva, tra corpo e memoria.
In Fili di memoria silenziosa, Lucia Avitto interviene sull’archivio familiare attraverso il gesto del cucire, trasformando la fotografia in superficie viva. Il filo diventa segno rituale, atto ripetuto che ricuce temporalità distanti e rende tangibile una spiritualità domestica, fatta di cura e persistenza.
Valentina Rosati, con Dove la materia trattiene il sacro, conduce lo sguardo dentro uno spazio liminale: quello del lavoro funebre. Qui, la ritualità si manifesta nei gesti quotidiani di Nicla Sisto, dove il sacro non è rappresentato ma trattenuto nella materia, negli oggetti e nelle azioni che accompagnano il commiato.
In Ripensa a me, Marika Martella costruisce un dialogo con l’assenza. La cianotipia, con la sua qualità evanescente, diventa linguaggio adatto a evocare una memoria mai vissuta. Il rito qui è personale, quasi immaginato, e si configura come tentativo di incontro oltre la perdita.
Anna Maggio, con Deposizione, sposta l’indagine sul corpo come luogo di accumulo psichico. Il titolo richiama un immaginario sacro, ma lo declina in chiave interiore: il dolore diventa rito silenzioso, reiterato, che trasforma la percezione del sé e del tempo.
Il progetto Don’t ask don’t tell di Francesca Carucci affronta una dimensione rimossa della spiritualità istituzionale. Attraverso il dialogo tra archivio e contemporaneità, emergono relazioni e desideri che abitano lo spazio religioso senza trovare voce. La fotografia diventa così strumento di rivelazione di un non detto persistente.
Gaetano Enrico Mondelli, in Fragile – Handle with care, intreccia memoria familiare e ritualità religiosa in un percorso di trasmissione e riparazione del trauma. Le cuciture e gli interventi manuali sulle immagini suggeriscono un gesto di cura che si rinnova nel tempo, trasformando la ferita in possibilità di relazione.
Con Come siete arrivati qui?, Alessandro Lionel Lescano costruisce una narrazione migratoria che si sviluppa attraverso immagini e impaginazione. La struttura a capitoli e la dimensione della fanzine attivano un rito di lettura, in cui la memoria si stratifica tra musica, spostamenti e identità in trasformazione.
Maria Pia Vitale, in Human Landscape, osserva il paesaggio contemporaneo come spazio simbolico. Il manichino, presenza sospesa tra umano e artificiale, riflette una condizione esistenziale in cui il quotidiano si carica di ambiguità e diventa terreno di interrogazione sul presente.
Infine, Teste di stele daunie e volti umani di Liborio Biancolillo mette in relazione due temporalità distanti. Il dialogo tra le forme arcaiche e i volti contemporanei costruisce una riflessione sulla spiritualità come continuità: dagli occhi spalancati delle stele, segno di apertura al trascendente, agli occhi chiusi dei volti umani, immersi in una dimensione introspettiva.
Nel loro insieme, questi lavori delineano una costellazione di pratiche visive in cui il rito non è mai univoco, ma si manifesta come gesto, memoria, cura, perdita e trasformazione. La fotografia diventa così spazio di mediazione, capace di rendere visibile ciò che, pur appartenendo alla materia, continua a sfuggire allo sguardo.
di Michela Fabbrocino – Docente di Fotografia e curatrice dei progetti espositivi

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