


NAFC – NUOVA ACCADEMIA DI FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA
TEOFANIE PROFANE
Esiste una domanda che la modernità non ha mai smesso di eludere: cosa rimane del sacro quando la trascendenza si ritira dal mondo? Non il vuoto, come si potrebbe credere, ma qualcosa di più inquietante — la sua persistenza nella materia, la sua sopravvivenza nelle forme più impreviste dell’esperienza quotidiana. È in questo spazio di resistenza che si inscrivono i lavori degli studenti della Nuova Accademia di Fotografia Contemporanea, presentati all’edizione 2026 del Festival della Fotografia Italiana sotto il tema Riti e Visioni. Tra Spirituale e Materiale.
La fotografia, in quanto medium fondato sulla luce — elemento originario di ogni cosmogonia — occupa una posizione singolare rispetto al sacro: è essa stessa un rito, un atto di selezione e consacrazione dello sguardo. Questi sei progetti non si limitano a indagare il sacro come oggetto esterno: lo praticano, cercando quella zona in cui il visibile diventa sintomo di qualcosa di difficilmente nominabile.
Sophia Evelin Calvano, in Nessuno può sfuggirle, colloca la propria ricerca nel punto d’origine di ogni esperienza religiosa: la morte. Non come tema, ma come condizione strutturale dell’esistenza — il denominatore irriducibile che attraversa ogni credo, ogni cultura, ogni latitudine. Al di là delle differenze confessionali, è l’angoscia dell’annientamento a generare il bisogno del sacro. Le immagini abitano questa paura senza cercare consolazione né spiegazione.
Beyond the Fabric di Sofia Taucci pone una domanda precisa: cosa accade al significato di un abito liturgico quando il corpo che lo indossa eccede il contesto che lo ha prodotto? Sottratti alla loro cornice di legittimazione, il verde della speranza, il rosso del sacrificio e il viola della contrizione non perdono la propria carica semantica — la spostano, rivelando quanto ogni simbolo religioso sia inseparabile dal sistema di potere che lo sostiene.
Alessia Nicole Moncayo e Sofia Raffaele, in Veli di vita, lavorano sull’omologia tra i ritmi del corpo umano e quelli della natura. La figura della sposa — sospesa tra ciò che era e ciò che sarà — diventa il punto in cui il rito personale si apre a una dimensione ciclica universale. Nascita, fioritura e declino appartengono indifferentemente alla carne e al mondo vegetale: la cerimonia nuziale come soglia tra due stati dell’essere.
Samuele Mariani, con Mutamenti, attraversa la struttura degli I Ching — sistema di pensiero fondato sulla dialettica tra ordine e trasformazione — senza illustrarla. Dalle tre fasi di Singolarità, Dialogo e Sincronicità emerge un’immagine in cui cielo e acqua si specchiano fino a rendere indistinguibile il confine tra esterno e interiorità. La casualità diventa metodo; la coincidenza, rivelazione.
Elisa Lumini, in Due ma non due, muove da una delle questioni più radicate nella filosofia orientale: la separazione tra soggetto e natura come costruzione culturale, non come dato ontologico. Occhio e petalo, orecchio e conchiglia, capelli e nervature — accostamenti che il bianco e nero traduce in equivalenze formali, proponendo un’estetica dell’indistinzione in cui spiritualità e biologia coincidono.
Valentina Bartoli presenta Quello che vedi parla di te: una singola immagine che, orientata diversamente nello spazio, genera letture opposte e irriducibili — devozione e desiderio, raccoglimento e pulsione. Il gesto è minimo, l’implicazione è radicale. Il confine tra sacro e profano non risiede nell’immagine: risiede nella struttura dello sguardo di chi la osserva. Sempre.
di Niccolò Chimenti
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