


Andrea Bernabini

IL SEGNO DELL’ACQUA
Il segno dell’acqua nasce da una tensione tra presenza e assenza: da un lato i volti, dall’altro i luoghi. I ritratti delle persone colpite dall’alluvione in Romagna (2023-2024) si intrecciano con immagini del territorio svuotato, dove il silenzio diventa materia visiva, quasi respirabile.
Non si tratta di una semplice giustapposizione, ma di una costruzione per corrispondenze: i volti assorbono il trauma dei luoghi, e i luoghi sembrano riflettere una ferita interiore.
Entrare nelle case alluvionate ha significato attraversare spazi in cui la distruzione materiale coincideva con una condizione emotiva sospesa. Gli ambienti svuotati, il fango, gli oggetti perduti, i muri segnati dall’acqua diventano estensione di stati interiori difficili da nominare: smarrimento, rabbia, dolore, resistenza.
I ritratti si collocano in questa soglia. Non illustrano una tragedia. La rendono presente.
A questi si alternano immagini del territorio che assumono un valore quasi emblematico: paesaggi muti, immobili, saturi di assenza. Il silenzio che segue la catastrofe diventa qui un elemento centrale, non come semplice mancanza di suono, ma come condizione fisica e percettiva, come pressione invisibile che si deposita sulle cose e nella memoria.
Poi avviene uno spostamento. Dalla prossimità alla distanza. Dalla testimonianza alla visione.
Dopo l’immersione emotiva, il progetto si apre a una lettura più rarefatta del paesaggio trasformato. L’acqua non appare più soltanto come forza distruttiva, ma come agente capace di riscrivere forme, margini e significati. In questa fase le immagini si fanno più sospese, quasi metafisiche, e il territorio emerge come luogo di metamorfosi, instabilità, interrogazione. Non più soltanto ciò che è stato colpito, ma ciò che sta diventando.
Il progetto si muove così tra documento e visione, tra esperienza vissuta e trasfigurazione, cercando di restituire non solo l’impatto dell’alluvione, ma anche la trasformazione profonda del rapporto tra uomo e ambiente che essa rende evidente.
Nel presente storico, segnato dal ripetersi sempre più frequente e violento di eventi ambientali estremi, Il segno dell’acqua assume un’urgenza ulteriore. Il lavoro non si limita a custodire una memoria del disastro, ma mette in evidenza quanto sia fragile l’equilibrio che lega natura e intervento umano, e quanto oggi sia necessario ripensarlo con responsabilità, lucidità e consapevolezza.
biografia
Artista visivo e sperimentatore di nuove tecnologie, predilige nel suo linguaggio artistico la fotografia da cui proviene per formazione. Usa la fotografia in tutte le sue forme, dal reportage nei suoi innumerevoli viaggi all’estero, all’aspetto di ricerca e manipolazione ispirato dalle esperienze avute con Joan Fontcuberta.
Ha curato eventi come Direttore Artistico, Visual designer, direttore della fotografia e regista. Ha esposto i suoi lavori in diverse mostre personali e collettive, sia in Italia che all’estero. Solo per citarne alcune: SI Fest, Flash Art Museum a Trevi, Museo dell’Arte contemporanea a Senigallia, Triennale a Milano, Meresheme a Monaco, Art museum a Sharjah. Recensito da numerose riviste specializzate quali Tema Celeste, Zoom e Flash Art. Per la sua ricerca di manipolazione su materiale Polaroid ha ricevuto un riconoscimento da parte della fondazione Europea Polaroid a Praga.
Cresce artisticamente nello studio di Daniele Casadio, assieme ad Alex Majoli. Il progetto “Il segno dell’acqua” è stato in mostra al SI Fest di Savignano nella collettiva “Tagliata dalle acque la terra” con Filippo Venturi, Silvia Camporesi, Marco Zanella e la fondazione ha acquisito 10 fotografie. La Fondazione Ravenna Festival gli ha acquisito 20 fotografie per l’edizione 2025 “E fù sera e fù mattina” Genesi. Docente di nuove tecnologie e Video Mapping presso CNA Formazione di Forlì/Cesena, ha insegnato composizione ed estetica della fotografia al mediaLAB Ravenna.
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