FONDAZIONE STUDIO MARANGONI
DI FIRENZE

CIÒ CHE ATTRAVERSA

Di fronte a ciò che non è immediatamente comprensibile, l’essere umano costruisce immagini, racconti, sistemi di credenze.
Mito, spiritualità e scienza emergono così come strumenti differenti per attraversare l’ignoto: modi di dare forma a ciò che non si vede, ma si percepisce.

I lavori in mostra — di Matteo Ronca, Cristiano Testa e Layal El Kheir — nascono all’interno del master annuale Filling the Gap presso Studio Marangoni e si collocano in questo spazio di tensione, dove il sacro non è una verità data, ma un processo: una continua negoziazione tra immaginazione, esperienza e conoscenza.

L’ombra sul Fiume, Matteo Ronca costruisce un racconto in bilico tra documento e finzione, in cui la presenza di H. P. Lovecraft si intreccia con il paesaggio del delta del Po. Qui il mito si radica nel territorio, si trasmette attraverso le voci e i racconti, e diventa un modo per interpretare ciò che sfugge alla comprensione — presenze, anomalie, inquietudini.

Con After Maya, Cristiano Testa attraversa la soglia tra visibile e invisibile attraverso una fotocamera modificata capace di accedere alla banda ultravioletta dello spettro elettromagnetico, invisibile all’occhio umano ma percepita dalle piante. Mettendo in relazione pratiche meditative legate al forest bathing con gli studi di Stefano Mancuso sulla neurobiologia vegetale, il lavoro esplora un punto d’incontro tra scienza e spiritualità. Qui i limiti della percezione si dissolvono lentamente, lasciando spazio a una dimensione contemplativa in cui lo sguardo si fa ascolto.

In L’eredità taciuta, Layal El Kheir affronta l’invisibile come memoria incarnata. Il trauma, trasmesso tra generazioni e radicato nel contesto libanese, agisce come una presenza che non può essere vista direttamente, ma che struttura il vissuto. Attraverso gesti e immagini rituali, il lavoro attiva un processo di trasformazione, in cui il mito personale e collettivo diventa uno strumento per attraversare e rielaborare l’esperienza.

In queste opere, il sacro non si manifesta come risposta, ma come domanda aperta.
È un ponte: può condurre verso nuove forme di comprensione, ma anche essere attraversato, messo in discussione o persino dissolto.
La fotografia, in questo senso, non si limita a rappresentare il reale, ma diventa uno spazio critico in cui miti, visioni e sistemi di conoscenza si incontrano, si sovrappongono e si trasformano: un dispositivo di apparizione.

Bärbel Reinhard e Giuseppe Toscano

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