LABA – LIBERA ACCADEMIA DI BELLE ARTI 
di FIRENZE

Nel contemporaneo, il sacro sembra aver perso la propria forma stabile. Non abita più soltanto i luoghi della religione o della ritualità codificata, ma riemerge in territori marginali, intimi, quotidiani: nei gesti ripetuti, nelle memorie familiari, nei corpi attraversati dalla fragilità, negli oggetti sopravvissuti all’infanzia. 

In un presente dominato dall’accumulo visivo e dalla velocità delle immagini, la fotografia può ancora diventare uno spazio di sospensione, capace di interrogare ciò che sfugge al visibile e di dare forma a esperienze interiori difficilmente traducibili in parole.

I lavori presentati dagli studenti della LABA di Firenze si muovono proprio lungo questa soglia ambigua, dove il materiale e lo spirituale smettono di essere opposti e iniziano invece a contaminarsi reciprocamente. 

Il sacro, qui, non coincide con una dimensione trascendente o religiosa in senso tradizionale: emerge piuttosto come traccia inconsapevole, come tensione latente che attraversa l’esperienza umana e si deposita nei luoghi, nei ricordi, nei corpi e nelle immagini.

Alcuni progetti esplorano il tema dell’infanzia come spazio originario di costruzione dell’identità, ma anche come archivio emotivo in cui continuano a sedimentarsi paure, traumi e desideri. Aurora Giardi trasforma i ricordi scolastici e i disegni infantili in frammenti di una memoria vulnerabile, dove il passato riaffiora come esperienza ancora irrisolta. Maxime Louise Biagioni attribuisce agli oggetti dell’infanzia il valore di reliquie intime, residui materiali capaci di custodire una presenza emotiva. Martina Prosperi intreccia paesaggi aridi, immagini d’archivio e simboli infantili in un percorso di rinascita personale, dove la luce diventa possibilità di riappropriazione del sé.

Altri lavori riflettono invece sulla trasformazione identitaria come attraversamento di uno stato liminale. In Ex Nihilo, Jacopo Carotti costruisce ambienti mentali sospesi tra astrazione e corporeità, nei quali la malattia perde i propri confini clinici per diventare esperienza esistenziale e processo di ridefinizione personale. Anche Naiky Mari, attraverso immagini disturbanti e frammentate, mette in scena il conflitto invisibile del pensiero intrusivo, trasformando la fotografia in una superficie percettiva instabile, attraversata da tensioni interiori.

In altri progetti, il sacro emerge nella relazione silenziosa tra memoria e spazio. Lisa Belardinelli osserva luoghi familiari sospesi tra nostalgia e assenza, interrogando il modo in cui il tempo modifica la percezione affettiva dei paesaggi. Lorenzo Saterini riflette invece sulle eredità emotive invisibili che attraversano le generazioni, trasformando gli spazi in depositi simbolici di esperienze implicite. Irene Arditi, infine, documenta il mondo delle api e della ricerca scientifica, rivelando una forma di sacralità immanente alla natura stessa, dove l’equilibrio fragile degli ecosistemi diventa testimonianza della nostra interdipendenza con ciò che ci circonda.

In questi lavori, la fotografia non si limita a documentare il reale, ma agisce come dispositivo rituale: testimonia, trasforma, evoca, mette in scena visioni interiori. Ogni immagine sembra muoversi tra presenza e assenza, tra ciò che può essere mostrato e ciò che rimane invisibile. 

È proprio in questa frattura che il sacro continua a manifestarsi oggi: non più come certezza assoluta, ma come domanda aperta, fragile e profondamente umana.

di Alessio Bernacchi



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